Ho smesso di chiedermi la vera ragione per cui nutriamo affetto per le cose, o per i luoghi che si affacciano alla nostra vita. Perché sono convinta che si tratti di emozioni totalmente irrazionali: che sgorgano da dentro nel momento in cui trovano un appiglio, o un pezzo di pelle e cuore da solleticare. Con Sarajevo le cose sono andate esattamente così.

Quando sono partita per la Bosnia, la prima volta, era l’inizio del 2016 e avevo il tremendo bisogno di percorrere quei chilometri per raggiungere un sogno. Per dare una risposta alla mia fantasia e capire se quella strada faceva al caso mio. Se ero capace di ingranare la marcia, varcare il confine e andare lontano, spinta solo dallo scoppio di un motore.

A quella decisione, come a tutte quelle della mia vita (lo ammetto) non ci ero arrivata per gradi. Era stata una fulminazione estemporanea. Un momento non c’era, quello dopo si era fatta spazio con la forza. E bruciava di con un’intensità mai provata prima.

Le decisioni nascono dal buio, e dal silenzio

Era un sabato mattina, e mi trovavo in un ipermercato in provincia. Era uno dei miei tanti lavori precari, che riempivano i giorni e contribuivano a costruire una base economica che mi permettesse di viaggiare. Davanti al banco dei freschi e, dietro al mio espositore di cartone, avevo incastrato la Moleskine in mezzo ai piatti con le tartine al Philadelphia. Ogni tanto, con le orecchie piene del silenzio del negozio, tornavo a fissare la pagina bianca.

Era uno di quei weekend piovosi, in cui la gente non ha voglia di fare la spesa e preferisce rimanere un po’ più a lungo sotto le coperte. Io, circondata dai formaggi in offerta, trovavo il modo di fantasticare e riportare su carta i sogni improvvisi. Così scrissi “raggiungere Sarajevo in moto”, e il momento dopo era già diventato una promessa.

Nella ricerca di una ragione e di un cambiamento, e nell’allontanamento fisico da una situazione che mi riempiva di incertezza, avevo pensato che quella città potesse essere un buon obiettivo. Non potevo certo immaginare che sarebbe diventata qualcosa di ben più grande: una vallata fra le montagne nella quale respirare la storia e il desiderio di essere lì, ancora una volta.

A Sarajevo sono stata 3 volte, in un anno

Dopo quel primo viaggio è come se la città fosse entrata dentro di me: parlavo di lei e pensavo alla sua storia continuamente. Con il desiderio di capire, e di contemplare ancora una volta alla sua straordinaria bellezza muta. Che mostra e non parla: che è crivellata di colpi sulla facciata e nasconde una bellezza ridondante al suo interno.

Per il secondo viaggio in Bosnia avevo deciso che sarei arrivata a Sarajevo dalle montagne, invece che dal Viale dei Cecchini e dalla grande arteria che conduce al centro storico passando per la città moderna, accanto allo Stadio dei Giochi Invernali e al Villaggio Olimpico. Giungendo dall’aeroporto il grande edificio giallo dell’Holiday Inn – con il suo bagaglio di falsità e onestà giornalistica mancata – lo si trova sulla sinistra. Arrivando dalle cime, e percorrendo i tornanti che da Jahorina scendono verso la valle dorata, di Sarajevo, invece, si vede il bello che mozza il respiro. La morte è improvvisamente lontana, estranea, e di questa città si può osservare solo la storia. La Vijećnica, la Biblioteca Nazionale, e il fiume Miljacka. La città ottomana, e i suoi minareti che si lanciano verso il cielo.

Al tramonto, mentre l’aria di ottobre si infilava nel casco, ho pianto lacrime di commozione che non avevano una ragione apparente. Se non che tutto quello che mi era apparso davanti agli occhi era troppo bello per rimanere impassibile. L’angolo di cuore solleticato aveva bisogno di dire la sua, e cantare la gioia più immensa.

La città corre verso il domani

Dopo quell’ultimo viaggio sono stata a Sarajevo ancora una volta, ma era come se la vita avesse preso una potentissima rincorsa, e avesse deciso di lasciarmi indietro.

L’Holiday Inn è stato riaperto, ed emerge sul viale nel suo giallo abbagliante. A Sarajevo non c’è più la guerra e ora c’è l’Hotel Europe, pronto ad accogliere i turisti che, da Est arrivano nella Gerusalemme d’Europa per perdersi nelle viuzze della Baščaršija.

Mi chiedo come si riesca a dormire in quelle stanze che si affacciano sul vuoto, e mi chiedo se sia ancora possibile salire sul tetto dell’edificio. L’orrore verso il popolo di Sarajevo è iniziato in quel punto lì, da dove si sparava sui passanti e si imponeva di odiare il diverso, che diverso non era mai stato.

Sono nata dodici giorni prima dell’inizio dell’assedio, e forse è per questo motivo che le sono così legata. O forse è solo una questione di anima, e panorami che si imprimono sulla retina.

Perché dall’alto, Sarajevo, brilla di mille luci. Le luci della speranza, e del domani.

38 risposte

  1. Non ci sono mai stata ma è uno di quei luoghi da cui mi sento attratta e spero di vederla presto. Sono certa che mi trasmetterà mille emozioni!

  2. Io invece avevo appena iniziato il liceo al tempo della guerra, e allora non mi rendevo affatto conto di quanto fosse vicina a noi, non solo geograficamente. Sarajevo è una città che è nei miei sogni da un po’ insieme a Belgrado. La mia idea era quella di andarci il prossimo autunno, ma per il momento i voli dall’Italia costano come un intercontinentale. Anche se mi piacerebbe tantissimo arrivarci in macchina (non in moto come te, perché io ho già difficoltà su quattro ruote, figuriamoci su due 😉 in modo da percorrere tutta la strada che porta fino lì. Prima o poi…

    1. Fallo, assolutamente, e prendi il traghetto da Ancona a Spalato. Poi risali, su verso le montagne. Non te ne pentirai. Sarajevo vs Belgrado vince a mani basse, ma il Museo di Tesla, a Belgrado, è interessante!

  3. Che belle le tue parole! Io ho Sarajevo in wishlist da un po’ di tempo e non vedo l’ora di scoprirla. È davvero emozionante il tuo rapporto con questa città e non ti nego che mi hai strappato un sorriso raccontando come è nata l’idea di raggiungerla in moto. Perché il viaggio è anche questo, istinto e cuore!
    Felice di aver scoperto il tuo blog 😊

    1. Grazie a te, Silvia! Io sono fatta così, amori brucianti e sensazioni indelebili. Grazie per le tue parole e per essere passata nel mio piccolo angolo di mondo.

  4. Da come ne parli si capisce subito che questa città ti è rimasta nel cuore. Io non ci sono mai stata ma mi sono emozionata nel leggere il tuo racconto.

  5. Io all’inizio della guerra ero bambina e le notizie alla radio o alla televisione sembravano parlassero di luoghi lontani, luoghi irraggiungibili e invece erano dietro l’angolo. La guerra era così vicina a noi e noi eravamo qui tranquilli in Italia quando dall’altra parte del Mar Adriatico i cecchini sparavano a caso sul popolo inerme. Quando qualche anno fa sono andata a Sarajevo ho sentito un peso allo stomaco a vedere ancora i muri bucherellati, vedere un paese che stava cercando di risollevarsi ma che la normalità non sarebbe arrivata tanto velocemente. Non credo che potrei mai andare in quell’hotel, non riuscirei a dormire, passerei la notte a pensare a quelle povere persone che non hanno deciso di nascere a Sarajevo e che sono morte senza un motivo.

    1. è così, per questo motivo sono rimasta turbata quando, passando sul viale, l’ho visto aperto e in funzione. Sotto la vernice gialla, su un angolo, si può ancora scorgere il logo delle Olimpiadi…

  6. Quando iniziò la guerra in Bosnia ero già grande, e facevo l’università. Ho seguito tutti i racconti di quella sanguinosa guerra con una tristezza e un orrore infinito. Non riuscivo a capacitarmi di tanto odio e di tanta crudeltà. Non c’è niente di peggio delle guerre etniche perchè non si odia l’altro per motivi politici o oconomici…
    E’ stata una guerra terribile e ancora oggi quando penso a Sarajevo mi torna in mente quel ponte, il tetto dell’hotel da cui i cecchini sparavano sui passanti, la modalità con cui lanciavano le bombe sulla popolazione. E penso a tutte le storie belle di speranza che ci hanno raccontato: l’allenatore che faceva giocare a calcio i bambini, le maestre che continuavano a insegnare, le mamme che crescevano i loro cuccioli…
    Grazie di questo post. Mi ha fatto pensare.

    1. Grazie a te per questa testimonianza preziosa. Vorrei conoscere molto di più, e ogni racconto per me è importante. Mi spiace che tu abbia una memoria così vivida, di quei tempi: essere adulti, capire e non poter fare nulla deve essere stato doloroso…

  7. Mi hai fatto venire la pelle d’oca. Il tuo essere ritornata per ben tre volte in un solo anno la dice tutta. Hai proprio ragione, le decisioni nascono dal buio ma poi portano a tantissima luce!

    1. Grazie mille Simona! Lo spero tanto, che le decisioni portino alla luce, devo continuare a crederci anche in questo periodo difficile <3

    1. è così, una definizione che calza a pennello. E non è mia: Sarajevo è definita da secoli come la Gerusalemme d’Europa <3

  8. Ho letto diversi libri su questa città, alcuni molto belli.
    Non ci sono mai stata ma, dai tuoi racconti sembra suggestiva e molto bella da esplorare!
    In questi luoghi di soliti si respira la storia, che le ha inevitabilmente segnate

  9. Io sono stata diverse volte a Medjugorje e capisco perfettamente quando dici che il viaggio è una cosa che si sente…ho visitato Monstar e tante città limitrofe colpite dalla guerra. Ti lasciano un senso di vuoto e tristezza difficili da superare.

  10. La prima volta in cui sono capitata è stato per caso. Ho suonato per un concerto di beneficienza ospite dai militari dell’ONU. Ed è stato 20 anni fà. La guerra era finita da poco, ma sembrava di vivere in un film in bianco e nero, case e palazzi vuoti, traforati, bombardati ed avvolti dalle loro macerie, interi boschi ed aree della città delimitati dal nastro antimine. Non potevamo uscire da soli ma solo scortati. Alle 18.00 c’era il coprifuoco e dall’accampamento non si poteva più uscire. Quel poco che ho visto è rimasto nella mia memoria: l’immensa vallata di Sarajevo che si apre ai tuoi occhi mentre scendi dai monti, un mix di edifici multietnici dalle case alle chiese mussulmane, ortodosse ed ebree; poste in un puzzle strategico, come le stesse persone, che anche se appartenenti a diverse etnie ci convivono assieme da millenni. Qui tutti parlavano 3-4 lingue. Con emozione ho letto quello che hai scritto perché assomiglia al riassunto del mio viaggio che ho voluto fare in moto quest’anno a Sarajevo, il desiderio di ritornarci era fortissimo anche perché da neo-patenta ha avuto un altro sapore. La città l’ho rivisitata al volo ma dei ruderi di 20 anni fà è rimasto ben poco. Sarajevo ritornerò …

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