È vero, sono una figlia di papà

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Finalmente posso svelare il segreto della mia immensa fortuna a tutti coloro che lo sospettavano da tempo. Ebbene sì, sono una figlia di papà.

Ma allo stesso modo in cui, sono decisamente certa, lo siate anche voi. E cioè che siate stati generati da un padre ed una madre che ad un certo punto della loro vita si sono voluti veramente bene.

Se invece eravate convinti che fossi una figlia di papà nel senso metaforico (e molto spesso denigratorio) del termine beh, vi siete sbagliati di grosso. Ed è davvero curioso, perché non ho proprio idea di come siate giunti a questa colorata conclusione. Da papà non ho ereditato un lascito generoso, e nemmeno un vitalizio che mi permetta di viaggiare come e quanto mi pare. Da papà non ho ereditato capitali o mezzi (su due ruote), dei quali disporre a piacimento. Ho però ereditato ricchezze ben più grandi, che mi hanno permesso di arrivare fino a qui. E di mettere fuoco i desideri con lucidità.

Dalla mia famiglia ho ereditato la passione per i viaggi, per la scoperta lenta. Da fare a bordo di un mezzo che sia immerso nel paesaggio, e sia pronto ad attraversarlo in lunghezza.

Con la mia famiglia, infatti, non ho mai preso un aereo, fatta esclusione per il piccolo velivolo a 8 posti che, dalla terraferma, ci ha portato alle isole Aran. Eravamo noi, il pilota, una coppia e i sacchi della posta, ed è stata un’esperienza magica.

A bordo del nostro camper – nel corso di qualche anno – abbiamo esplorato l’Europa intera, e quella sì che è stata una grande fortuna. A 10 anni ero già stata in Scozia, Irlanda, Inghilterra, Grecia, Svizzera, Francia (molte volte, forse si spiega così la mia storia d’amore con Parigi)… Entro i 15 anni in Germania, Polonia, Finlandia, Inghilterra, Norvegia, Svezia e persino Capo Nord. Tutte mete raggiunte via terra, chilometro dopo chilometro. Che mi hanno fatto capire che quella, in fondo, poteva essere anche la mia strada. E che del viaggio, una volta iniziati, non ci si libera tanto facilmente.

Quella dei miei genitori è stata una scelta piena di coraggio. Niente hotel o cene al ristorante, per noi: le nostre estati erano consacrate alla scoperta e alla vita nomade. Senza lussi, guidati solo dalla voglia di capire e conoscere mondi diversi. Anche a relativamente pochi chilometri da casa.

La genetica, però, non sbaglia mai, e allora devo ammettere che sì, c’è una cosa per la quale sono veramente figlia di papà: la passione per le motociclette. Un amore che deve essere passato attraverso il sangue, abbattendo le barriere della paura e arrivando fino a me.

Quando a 15 anni ho semplicemente comunicato che a scuola avrebbero organizzato il corso per conseguire il patentino e che quindi, io che volevo farlo, mi ero già iscritta, non è che abbiano potuto fare molto.

Così come non è che abbiano potuto fare molto quando a 23 anni li ho avvisati che, con i soldi guadagnati lavorando durante l’università, mi sarei comprata una motocicletta per premiarmi della laurea appena conseguita.

Non sarebbero stati coerenti, visto che prima di avere me e mio fratello i miei genitori avevano macinato decine di migliaia di chilometri, sempre in moto, per tutto il Vecchio Continente. Arrivando persino in Turchia, dove avevano trascorso un mese, nell’epoca in cui i cellulari non esistevano, e la rotta balcanica era un crocevia di camion, tragedie e strapiombi. Era la metà degli anni ’80, e loro viaggiavano a bordo di una Yamaha XZ550.

Mio fratello, piccino, su una delle moto di papà.

La prossima volta che qualcuno, puntando il dito, mi accuserà di essere una figlia di papà penserò a quello che ho appena scritto. Penserò agli straordinari luoghi che, lasciandomi libera di viaggiare anche da sola, mamma e papà mi hanno permesso di conoscere da vicino.

Non la prenderò più come una critica, e sorriderò.

Brindando alla fortuna di essere nata in una famiglia in cui non ha mai contato l’apparenza, o il mostrare. Ma nella quale, più di tutto, contavano la cultura e la conoscenza. Da scoprire viaggiando, senza fretta.